Cnr, è il momento del venture capital
LE SFIDE DELLO SVILUPPO/ La principale istituzione che si occupa di ricerca in Italia punta sui nuovi strumenti finanziari e sugli accordi
EUGENIO OCCORSIO
I fondi pubblici per la ricerca in Italia sono ridotti al lumicino: meno dello 0,6% del pil, che si aggiunge all’altrettanto ridicolo 0,5% di fondi privati e porta il totale dell’R&D nel nostro paese a poco più della metà della media dell’area euro (2%), un terzo degli Stati Uniti e un quarto del Giappone. E le speranze di veder rapidamente aumentare queste percentuali, soprattutto quella pubblica, come chiedono gli scienziati e come richiederebbe il buon senso, sono ridotte anch’esse al minimo dalla congiuntura. «Non ci facciamo illusioni di avere altri fondi pubblici», taglia corto il presidente del Cnr, Luciano Maiani, una lunga esperienza nelle istituzioni di ricerca pubbliche che l’ha reso spietatamente realista. Ma non per questo meno battagliero: «Ci stiamo attrezzando per sfruttare al massimo le sinergie con i privati, e abbiamo creato una struttura apposita per il trasferimento reciproco di knowhow e risorse. Peraltro, è proprio nei fondi privati che il gap con l’Europa è maggiore: lì la media è dell’1,2 contro appunto lo 0,5».
Ha un nome questa taskforce?
«Si chiama NetwOrk e l’abbiamo affidata a Manuela Arata, una manager che ha lavorato molti anni nelle istituzioni di ricerca dal punto di vista amministrativo e gestionale. Nasce con due obiettivi. Intanto valorizzare il lavoro dei nostri 108 istituti di ricerca facendo sì che non si sovrappongano gli studi, non si sprechino lavori, si sia sempre tempestivi e puntuali nell’identificare dove è possibile e produttivo intervenire. Di questi tempi non si può sprecare neanche un centesimo e la trasparenza e la coerenza sono due must».
E la seconda funzione?
«Identificare partner privati con i quali cooperare per ottimizzare gli sforzi, valorizzare i risultati delle ricerche, attuare il trasferimento sul piano industriale delle scoperte: nei nostri laboratori è stato brevettato un materiale ad alta conduttività utilizzabile negli apparati biomedicali, e forse con una più organica collaborazione pubblicoprivato si poteva passare prima alla produzione. È un’attività che dovrà espandersi per cogliere le opportunità industriali al più presto possibile. Per questo abbiamo acquisito il 90% della società Rete Ventures, che è a sua volta socia di Quantica Sgr, uno dei primi fondi di venture capital della ricerca italiana. Intendiamo finanziare startup nei settori più avanzati, dall’elettronica alle biotecnologie, siano esse spinoff di nostri ricercatori (ne esistono già 42) o iniziative esterne. Stiamo sperimentando, nel caso degli spinoff, formule nuove: il nostro ricercatore resta nell’organico dell’istituto ma gli vengono assegnate alcune ore per seguire la società, oppure contribuiamo mettendo a disposizione le nostre infrastrutture, e via dicendo».
Può farci qualche esempio di collaborazione di successo già realizzata?
«L’harddisk ad alta densità, che amplia le capacità e la rapidità di storage, sta per entrare in produzione presso la StMicroelectronics e la Unaxis Balzers del Liechtenstein dopo essere stato realizzato nell’ambito di un programma coordinato dal Cnr che ha visto la partecipazione del francese Cnrs, dello spagnolo Csic e delle Università Pierre et Marie Curie di Parigi, e di quelle di Vienna e Atene. Oppure, c’è un esempio di cui è purtroppo tragico parlare ora: abbiamo realizzato uno strumento per la previsione degli tsunami. Hanno lavorato insieme il nostro istituto di scienze marine e la Tecnomare dell’Eni. Si basa su un doppio controllo dei segnali sismici e pressori. Con la nostra nave Urania l’abbiamo collocato in fase sperimentale a 3.200 metri di profondità nel Golfo di Cadice».
Ma in quali settori opera il Cnr?
«Siamo attivi per il 20% nella biologia, per il 25% nella fisica della materia con le ricerche sulla stabilità idrogeologica dei territori, per il 17% nella chimica, per il 5% ciascuno in energiatrasporti e agricolturaalimentare, per il 78% nelle materie umanistiche e nella tutela dei bei culturali. Settore piccolo come quantità ma di tutto rilievo è l’Ict: abbiamo appena realizzato il Museo virtuale dell’Iraq, un’opera multimediale visibile in rete che permette di visitare tridimensionalmente un’istituzione culturale unica oggi inaccessibile. Sala per sala, dall’età preistorica a quella sumerica, babilonese, assira per finire con l’islam, si ammirano reperti unici, ognuno con una completa illustrazione. E non dimentichiamo che l’Istituto di informatica del Cnr di Pisa è l’organismo responsabile per Internet nel nostro paese: proprio questa settimana abbiamo lì un forum internazionale sulla governance del web che dovrà analizzare la recentissime iniziative del presidente americano Obama in tema di liberalizzazione del mercato».
Sono previste modifiche, alla luce delle sinergie con i privati, nella ripartizione delle attività? E poi, quanti dipendenti avete?
«Per gli organici, dopo anni di diminuzioni che ci hanno portato a circa 6mila addetti, stanno prendendo servizio 200 ricercatori entrati per concorso, e abbiamo regolarizzato 600 precari. Quanto alle strategie, rafforzeremo l’impegno su energia e ambiente, sulla medicina innovativa, sull’alimentare, e anche sull’alta tecnologia oltre naturalmente ai beni culturali visti i successi di cui le ho appena parlato».
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/10/05/scienze/023ciennerre.html


