Delta, i giochi proibiti della finanza sanmarinese
Ora la parola è ai tre commissari nominati dalla Banca d’Italia. I quali potrebbero persino chiedere qualche rivisitazione del bilancio del gruppo Delta, che il 22 maggio (in prima convocazione) sarà sottoposto all’assemblea dei soci. O per meglio dire dell’unico socio, Sopaf, autorizzato a votare dopo il procedimento di revoca deciso da Bankitalia delle autorizzazioni a detenere partecipazioni in Delta che fanno capo alla Cassa di Risparmio di San Marino, a Sviluppo Investimenti Esteri spa, a Estuari spa, a Onda spa e a Mario Fantini. Il quale sommava la carica di amministratore della Cassa di risparmio di San Marino, di presidente del gruppo Delta e di azionista della medesima, del resto come altri top manager sia di Delta sia della Cassa. L’ispezione della Banca d’Italia (conclusa nel febbraio scorso) ha portato infatti ad avviare la procedura sanzionatoria amministrativa per violazione delle disposizioni in materia di proprietà di banche e gruppi bancari. «L\'ispezione ha accertato che, difformemente da quanto comunicato alla Banca d\'Italia, la Cassa di Risparmio di San Marino esercitava un controllo non autorizzato sulla proprietà e sulla gestione di Delta, anche attraverso altri azionisti», ha comunicato infatti via Nazionale, a ridosso delle misure prese dalla Procura della repubblica di Forlì.
Ma le carte bollate, all’interno del gruppo, volavano già da tempo: almeno dal luglio 2007, quando fu deciso l’aumento di capitale da 230 milioni: una decisione presa da Onda, Sie e i managerazionisti (tutti legati a doppio filo con la Cassa di San Marino) ma con il voto contrario della Sopaf (all’epoca azionista al 24%) e con il \"ni\" del Banco popolare, che aveva votato a favore dell’aumento ma aveva manifestato anche l’intenzione di non parteciparvi. La decisione di varare l’aumento, infatti, era alternativa all’altro progetto, portato avanti dalla Popolare e da Sopaf: quello di creare un grande polo del credito al consumo in prospettiva da quotare costituito da Linea, Ducato e dalla stessa Delta. Un disegno nato un po’ per scelta e un po’ per necessità, visto che nel frattempo la Popolare di Verona e Novara si era fusa con la Lodi, ricevendone in eredità alcune partecipazioni nel settore del credito al consumo: da qui l’idea di trasformare la partecipazione in Delta, passata nel 2006 dal 10 al 20% anche su tacita indicazione di Bankitalia, che voleva un partner bancario italiano in un contesto che vedeva troppo forte la componente del Titano.
Sopaf condivide l’idea, vuole farne parte a fianco del Banco. Invece Fantini, Paola Stanzani (all’epoca amministratore delegato di Delta) e gli altri azionisti la pensano diversamente: acquistano una piccola banca romana, ribattezzata Sedicibanca, e in questo modo cambiano pelle a Delta, che diventa gruppo bancario e deve di conseguenza aumentare il capitale. Con una mossa a sorpresa viene nominato un nuovo consiglio di amministrazione, da cui vengono estromessi Luca Magnoni per Sopaf e Maurizio Di Maio per Verona. Siamo al divorzio o quasi: il Banco non mette mano al portafoglio per l’aumento ma si tiene più defilato, anche perché nei confronti di Delta ha fornito finanziamenti per circa 400 milioni; Sopaf invece alza il tono dello scontro e affida le carte a Guido Rossi. La tesi è che Delta si sia trasformata in gruppo bancario (da holding di partecipazioni) e quindi esistano i termini per il recesso (che invece il gruppo dirigente di Delta nega). Già allora, il sospetto forte era che gli azionisti che avevano messo i soldi dell’aumento di capitale fossero legati a doppio filo con una banca di uno stato estero, la Cassa di San Marino, e per di più di uno stato che non brilla certo per trasparenza e privo di un accordo di collaborazione tra autorità di vigilanza con via Nazionale.
Da quel momento in poi, Sopaf e Banco Popolare sono fuori della partita ma non dai propri investimenti: post aumento di capitale, la società che fa capo alla famiglia Magnoni mantiene il 15,95%, Verona si ferma al 13,29%. Nel frattempo, proprio sul Banco si abbatte il ciclone Italease: settore contiguo, il leasing, stesso azionista, Verona, e una quantità di guai giudiziari che alla fine hanno travolto l’amministratore delegato dell’epoca, Fabio Innocenzi. Da lì parte una doppia esigenza: rafforzarsi patrimonialmente facendo cassa con tutto il vendibile e allontanarsi da tutto quello che poteva rappresentare un problema. In realtà anche i Magnoni vorrebbero vendere o per meglio dire \"valorizzare il proprio investimento\" ma non ci riescono. In quel contesto l’unico acquirente sarebbe lo stesso gruppo di maggioranza assoluta (cioè Onda e Sviluppo investimenti esteri), che tuttavia fa un’offerta solo per comprare la quota del Banco. Il quale fa anche un affare, perché lo scorso fine gennaio porta a casa gli stessi soldi versati a suo tempo più un piccolo guadagno (3,5 milioni di plusvalenza netta). Da allora il Banco (e la sua controllata Efibanca) riesce anche a ridurre l’esposizione verso Delta: attualmente i finanziamenti accordati sono complessivamente 218 milioni tra Delta e le società del gruppo di cui una parte attraverso forme di crediti che in teoria dovrebbero avere forti garanzie accessorie.
Il Banco continua invece ad avere per ora una partnership (all’8%) con Sopaf in Essere, una società di consulenza creditizia attiva nella distribuzione di mutui ipotecari: da qualche tempo però i processi di valutazione e di autorizzazione delle pratiche che riguardano mutui del Banco Popolare sono stati portati all’interno del Servizio crediti del Banco Popolare.
Sopaf, che non riuscita all’epoca a monetizzare la sua partecipazione in Delta, ora si trova davanti a nuovi scenari; ma i protagonisti sono sempre più le autorità di vigilanza e quelle inquirenti, non certo il mercato.
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/05/11/finanza/017marinno.html


